Segreteria Provinciale di Massa e

Carrara



da http://www.dirittosanitario.net

 

Il fatto

Una dipendente ospedaliera ha proposto ricorso per l'accertamento di postumi permanenti a seguito di infortunio sul lavoro, occorsole dopo avere effettuato un movimento brusco in posizione non congrua per il sollevamento di una paziente obesa.

 

Profili giuridici

Durante il giudizio di secondo grado è stata disposta nuova CTU per valutare l’entità del danno subito; il consulente ha evidenziato che la ricorrente ha riportato un trauma distorsivo del rachide lombare, a causa del quale è portatrice di un deficit funzionale apprezzabile e di disturbi radicolari intercorrenti su una pregressa discopatia erniaria lombare.

La donna, inoltre, è affetta da incontinenza urinaria da sforzo. Questa patologia è causata da un indebolimento dei mezzi di sostegno e di sospensione della vescica, per cedimento del pavimento pelvico, riduzione della lunghezza funzionale dell'uretra e prolasso uretrale, e può conseguire a interventi chirurgici all'apparato genitale. L'etiopatogenesi di questo quadro patologico è quindi ascrivibile a difetti anatomici, e non può essere messo in correlazione, né causale, né concausale con lo sforzo compiuto in occasione dell'infortunio denunciato. Quest’ultimo, pur configurandosi come un trauma significativo, ha avuto un iter clinico che non è coerente con un'effettiva sofferenza traumatica. Pertanto, la concreta vis lesiva del trauma ha determinato un danno molto limitato, mentre il successivo quadro clinico, trattato chirurgicamente oltre nove mesi dopo l'infortunio, è piuttosto ascrivibile alle preesistenze. L’infortunio ha determinato un danno biologico del 4%, inferiore alla soglia minima del 6% prevista dal D. Lgs 23 febbraio 2000, n. 38, pertanto non dà titolo ad alcuna prestazione.

 

[Avv. Ennio Grassini – www.dirittosanitario.net]

 


Corte d’Appello di Perugia – Sez. Lav.; Sent. del 21.10.2013

 

omissis

 

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

Il giudizio di primo grado era pendente alla data del 4 luglio 2009. La sentenza, pertanto, è redatta nelle forme previste dal testo ora vigente dell'art. 132 c.p.c., modificato dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, il quale stabilisce, fra l'altro, che la sentenza debba contenere "la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione", essendo stato eliminato ogni riferimento alla "concisa esposizione dello svolgimento dell'processo", prevista dal testo anteriore.

 

La controversia, promossa da E.S. con ricorso depositato il 21 marzo 2009 dinanzi al Tribunale di Spoleto, concerneva l'accertamento di postumi permanenti dell'infortunio occorsole l'8 novembre 2007, e la conseguente condanna dell'INAIL al pagamento dell'indennizzo previsto dal D.Lgs. n. 38 del 2000 e dell'indennità per inabilità temporanea al lavoro.

 

Con sentenza n. 72/2011, pronunciata ai sensi dell'art. 429 c.p.c., come modificato dall'art. 53 del D.L. 25 giugno 2008, n. 112, all'udienza del 5 ottobre 2011, il Tribunale respingeva il ricorso e condannava la ricorrente alla rifusione delle spese sostenute dall'INAIL per il giudizio, e al pagamento delle spese di c.t.u.

 

Con atto depositato il 28 novembre 2011, E.S. impugnava la decisione, fondata sulle errate conclusioni rassegnate dal c.t.u. La Corte d'appello, al fine di accertare il fondamento dei rilievi mossi dall'appellante, ha disposto la rinnovazione della c.t.u. medicolegale, e ha affidato l'incarico alla dr.ssa M.N.. Nella relazione depositata il 28 marzo 2013 , il c.t.u. rileva che E.S., nata il 20 aprile 1959, subì l'8 novembre 2007 un infortunio sul lavoro, per i cui postumi l'INAIL riconobbe un danno biologico del 2%. La c.t.u. espletata in primo grado ha invece determinato nel 4% il grado del danno. In occasione dell'infortunio denunciato - prosegue la dr.ssa N. - la S. riportò un trauma distorsivo del rachide lombare, a causa del quale è portatrice di un deficit funzionale apprezzabile e di disturbi radicolari intercorrenti su una pregressa discopatia erniaria lombare. Il grado del danno biologico, con riferimento all'epoca di stabilizzazione dei postumi, è pari al 4%.

 

L'appellante è affetta da incontinenza urinaria da sforzo. Questa patologia è causata da un indebolimento dei mezzi di sostegno e di sospensione della vescica, per cedimento del pavimento pelvico, riduzione della lunghezza funzionale dell'uretra e prolasso uretrale, e può conseguire a interventi chirurgici all'apparato genitale, parti, etc. L'etiopatogenesi di questo quadro patologico è quindi ascrivibile a difetti anatomici, e non può essere messo in correlazione, né causale, né concausale con lo sforzo compiuto in occasione dell'infortunio denunciato. In quella circostanza, la S. riportò un attacco di lombalgia e si sottopose a esami che rivelarono, fra l'altro, un'ernia discale L4-L5. Fu poi eseguito un intervento di emilaminectomia con inserimento di un distanziatore vertebrale, il quale causò una spondilodiscite, che ne rese necessaria la rimozione. Circa la riferibilità della patologia discale allo sforzo lavorativo compiuto dalla S., il c.t.u. rileva come questo, rappresentato da un movimento brusco in posizione non congrua per il sollevamento di una paziente obesa, possa astrattamente configurare un trauma significativo. Tuttavia, il successivo iter clinico non sembra coerente con un'effettiva sofferenza traumatica. La S. si rivolse telefonicamente al medico curante, che le prescrisse farmaci analgesici; ella non si assentò dal lavoro per tutta la settimana successiva all'evento, terminata la quale si recò al Pronto soccorso, dove i sanitari rilevarono un quadro molto limitato, con movimenti del tronco conservati e senza ripercussioni radicolari. Qualora vi fosse stata un'espulsione dell'ernia discale o anche soltanto l'aggravamento di una protrusione erniaria, come sostenuto dall'appellante, si sarebbe avuto un quadro di ben maggiore rilievo, che avrebbe menomato l'autonomia e le prestazioni fisiche dell'assicurata. A fronte di un iter clinico post-infortunio di evidente modestia, appaiono invece importanti di preesistenze non traumatiche, rappresentate da protrusioni erniarie multiple, aspetti di spondilosi e di grave degenerazione, come rilevato in occasione dell'intervento chirurgico. Pertanto, la concreta vis lesiva del trauma sembra aver determinato un danno molto limitato, mentre il successivo quadro clinico, trattato chirirgicamente oltre nove mesi dopo l'infortunio, è piuttosto ascrivibile alle preesistenze. Le conseguenze dell'infortunio, dunque, devono essere determinate in un danno biologico del 4%.

 

Le considerazioni svolte dal c.t.u. al termine di un esame tecnicamente corretto e immune da vizi logici sono pienamente condivise dalla Corte, e sono, del resto, coincidenti con le conclusioni rassegnate dal c.t.u. di primo grado. Si deve quindi ritenere che dall'infortunio sul lavoro denunciato sia derivato all'appellante un danno biologico del 4%; questo, essendo inferiore alla soglia minima del 6%, prevista dal D.Lgs 23 febbraio 2000, n. 38, non dà titolo ad alcuna prestazione. Di conseguenza, la domanda avanzata dalla ricorrente è infondata, ed è stata giustamente disattesa dal Tribunale. L'appello dev'essere perciò respinto, e la sentenza impugnata dev'essere confermata.

 

Le spese del grado seguono la soccombenza e sono liquidate nella misura indicata nel dispositivo, determinata ai sensi del D.M. 20 luglio 2012, n. 140. L'art. 152 disp. att. c.p.c., nel nuovo testo introdotto dall'art. 42, comma 11 del D.L. 30 settembre 2003, n. 269, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 2 ottobre 2003, entrato in vigore lo stesso giorno, convertito nella L. 24 novembre 2003, n. 326 e applicabile al caso di specie ratione temporis (il ricorso introduttivo del giudizio fu depositato dinanzi al Tribunale di Spoleto il 21 marzo 2009), prevede che gli assicurati e gl'invalidi rimasti soccombenti nei giudizi promossi per il pagamento di prestazioni previdenziali o assistenziali obbligatorie siano esonerati dalle spese processuali solo qualora dichiarino e dimostrino di non superare un determinato limite di reddito. L'appellante, tuttavia, non ha né dedotto né, tanto meno, dimostrato di trovarsi in una simile condizione.

 

P.Q.M.

LA CORTE D'APPELLO

 

respinge l'appello e, per l'effetto, conferma la sentenza impugnata.

 

Condanna l'appellante alla rifusione delle spese sostenute dall'INAIL per il grado di giudizio, liquidate in Euro 1.500,00 per compensi professionali.

 

Pone a carico definitivo dell'appellante le spese di c.t.u. del grado, nella misura già liquidata.

 

Così deciso in Perugia, il 18 settembre 2013.

 

Depositata in Cancelleria il 21 ottobre 2013.

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